Book crossing? Qualcosa in più


Odissea
Titolo originale: The Odyssey
Paese: US, UK | Anno: 2026
Durata: 172 minuti
Genere: epico, fantastico
Regia: Christopher Nolan
Attori protagonisti: Matt Damon, Tom Holland, Anne Hathaway, Robert Pattinson
Ci sono storie che ci accompagnano per tutta la vita; pensiamo ai grandi romanzi e racconti che abbiamo conosciuto nell’età giovanile, i loro personaggi e le loro avventure sono entrate dentro di noi e non ne sono uscite più. Per molte persone L’Odissea è una di queste e la trasposizione cinematografica operata da Christopher Nolan ha attirato tanti al cinema proprio per poter ritrovare quei personaggi così celebri e cari al proprio cuore.
Per molte di queste persone poi, chi scrive è uno di questi, sedersi in sala davanti alla trasposizione di Christopher Nolan con il giusto "distacco critico" è stata un’impresa quasi ciclopica.
Sgomberiamo subito il campo da un equivoco: questo non è un film che punta alla fedeltà pedissequa al testo omerico. E va bene così. Il linguaggio cinematografico ha esigenze diverse. Pensiamo al finale, forse un po' troppo "romanticone" seppur fedele all'indicazione che Tiresia (e non Sinone) dà a Ulisse di compiere un ultimo viaggio per chiedere definitivamente perdono a Poseidone. Per valutare un'opera del genere, un paragone calzante è quello con Il Signore degli Anelli di Peter Jackson: la trilogia ha saputo omaggiare il capolavoro di Tolkien rimanendo amatissima dai fan nonostante i tagli pesanti (Tom Bombadil, Glorfindel, la Contea devastata, per dirne alcuni), le modifiche (il ruolo di Éowyn) o le aggiunte arbitrarie (gli elfi al Fosso di Helm).
Nel complesso il film è stato in grado di rispettare il classico originale, soprattutto per come centra un’idea profondamente omerica: quella di un Ulisse imperfetto, segnato da colpe e limiti, in costante ricerca di un senso a tutto quello che lo ha portato fino a quel punto e carico di domande e riflessioni su di sè.
Il tema centrale del film viene affrontato con forza, senza addolcire la pillola. La guerra e la dissacrazione — del nemico come della "legge degli dei" — sono colpe devastanti. Fortissima a questo proposito la scena della simultanea decapitazione della statua e della sacerdotessa (che potrebbe essere identificata come Cassandra) questa colpe segnano l'interiorità in modo indelebile, fino a diventare smarrimento e spinta all'espiazione. A supporto di questa visione c'è la scena brutale con Circe: distantissima dal testo originale, ma resa con una maestria impressionante da una Samantha Morton magistrale (dicono che solo Heath Ledger abbia strappato un applauso durante le riprese di un film di Nolan e la stessa cosa è successa con la Morton). Circe si fa carico di trasmettere una "verità" (lo dice lei stesa) cruda: dentro l'uomo si annida una natura animalesca e spietata, e lei si limita a renderla visibile in modo "plastico" (alzi la mano chi in sala non ha provato un pizzico di ribrezzo).
Di contro, tutta la parentesi dedicata a Calipso ha davvero poco senso e si fa un po’ fatica ad digerirla. Nell'Odissea originale, Ulisse trascorre sette anni a piangere di nostalgia per la moglie, il figlio e la patria (al netto del "godere delle gioie dell'amore nel letto della ninfa", ma quella è un'altra storia). Quei sette anni in cui rifiuta l'immortalità offerta da Calipso "divina tra le dee" sono il fulcro morale in cui tiene sempre davanti a sè cosa conta davvero per la sua vita. Nel film, invece, Calipso ruba il ruolo ai Lotofagi: fa letteralmente "sballare" Ulisse a suon di foglie di Loto per tenerlo legato a sé. Tutta la struttura dei flashback — che originariamente ha luogo in quel territorio fantastico che è Scheria, l'isola dei Feaci — viene spostata a Ogigia, con un Ulisse che recupera lentamente la memoria e narra le sue imprese a Calipso. Che non ricordi nemmeno Penelope e Telemaco è una scelta narrativa, e psicologica, davvero grave e che snatura il personaggio di Odisseo.
Così com'è grave e dolorosa l'assenza di un personaggio delicato e profondo come Nausicaa, o il mancato dialogo nell'Oltretomba con la madre Anticlea, uno dei momenti più commoventi di tutta la letteratura classica. Anche il personaggio di Mentore avrebbe meritato maggior rilevanza, soprattutto nell'affiancare la crescita di Telemaco.
E a proposito di personaggi e cast, possiamo provare anche a indicare, senza pretesa di assoluto, qualche giudizio.
I promossi: eccezionale l'interpretazione di Robert Pattinson nei panni di Antinoo. Una prova attoriale solida, magnetica, che potrebbe meritare la nomination all'Oscar come miglior attore non protagonista. Sul piano visivo merita una menzione il realismo (grazie CGI!) notevole in Scilla e Cariddi, resi benissimo su schermo.
I bocciati: il Telemaco di Tom Holland lascia alquanto delusi: un personaggio che appare un po' troppo in balia degli eventi e l'attore non ha avuto modo di esprimere il suo potenziale (potrebbe invece dare il suo meglio nel prossimo biopic su Fred Astaire). Voto negativo anche per le figure di Menelao ed Elena, poco presenti on screen per poterli considerare significativi.
Una scelta che invece è apprezzabile è quella di glissare quasi completamente sulle relazioni amorose di Ulisse con Circe e Calipso: in una produzione hollywoodiana il rischio di enfatizzare questa situazione era altissimo.
Due riflessioni per concludere: la prima riguarda l'intuizione dei "Popoli del Mare". All'inizio si presenta come di difficile interpretazione con il rischio che fosse un po' una boutade, ma nel finale si rivela un colpo di genio: gli Achei, con la guerra di Troia e i brutali saccheggi compiuti durante i nostoi (i ritorni), si rivelano essere essi stessi il pericolo più grave e la minaccia più distruttiva per la civiltà stessa. Un tentativo riuscito per attualizzare l'opera omerica e aiutare anche l'uomo contemporaneo a riflettere su di sè, le sue scelte e anche per poter apprezzare l'epica classica che da sempre si fa portatrice di temi universali e spunti di riflessione profondi.
In ultimo colpisce la quasi totale assenza degli dei dalla pellicola. Se si escludono il richiamo formale alle leggi divine e la semplice evocazione di Poseidone, il film rinuncia alla partecipazione visibile dell'Olimpo, cancellando figure chiave del testo omerico come Zeus, Ermes, Eolo o, per voler farei i nerd omerici, Ino Leucotea, fondamentali nel guidare o salvare Ulisse.
Questo cambio di rotta emerge con forza nella gestione di Atena. Nel poema classico la dea è letteralmente una deus ex machina: guida le mosse di Telemaco, assiste Ulisse nelle strategie e ne stimola la riflessione etica e politica. Nolan salva solo quest'ultimo aspetto ma lo svuota del suo valore sacrale: la "compagna" di viaggio non è la dea della sapienza, ma un'allucinazione interiorizzata di Ulisse stesso, un'invenzione drammaturgica con cui l'eroe elabora il trauma della caduta di Troia e il peso della profanazione.
È una rilettura affascinante e profonda sotto il profilo psicologico e antropologico, che tuttavia appiattisce il racconto privandolo del suo respiro trascendente. Una scelta, del resto, perfettamente in linea con il cinema hollywoodiano contemporaneo, sempre più propenso ad azzerare il fattore religioso o l'elemento del sacro (e che, fatte rare eccezioni come il Daredevil televisivo, su cui però ci sarebbe da parlare, tende a marginalizzare o laicizzare quasi del tutto la tradizione cristiano-cattolica per privilegiare uno sguardo puramente secolare ed esistenziale, magari strizzando l’occhio ad altre religioni o stili di vita).
Eliminare gli dèi non è più solo una scelta stilistica, ma credo sia il sintomo di una cinematografia che ha smesso di guardare in alto, condannando i suoi eroi a essere gli unici, solitari architetti della propria salvezza e della propria rovina.
Pubblicato il 05.10.2026

