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La generazione ansiosa

AutoreJonathan Haidt

Casa editrice: Rizzoli

Anno di pubblicazione: 2024

Pagine: 456

ISBN978-88-17-18976-7

Ormai da alcuni anni uno dei terreni di scontro tra genitori e figli riguarda l’utilizzo degli schermi e la loro invasiva presenza nella vita dei ragazzi (ma, in definitiva, anche in quella degli adulti). Questo scontro non è dato da un semplice divario generazionale, ma è qualcosa di molto più profondo, che lo psicologo statunitense Jonathan Haidt definisce, nel suo saggio "La generazione ansiosa", come una vera e propria "mutazione antropologica”.

Non un aspetto trascurabile quindi e neanche un problema che può essere risolto con facili ricette o per tentativi. Serve un’analisi precisa e approfondita per capire cosa sia accaduto alle generazioni più giovani.

Haidt ci porta dritti al punto di rottura: il 2012. È in questo triennio (2010-2012) che il mondo è cambiato per sempre. Eppure, internet, i social e i cellulari esistevano già da tempo…cosa è accaduto in quel momento? Ecco, in quegli anni la connessione è diventata portatile, trasformando la vita in un’esperienza "onlife" permanente, dove il confine tra reale e digitale è ormai evaporato. Le nostre vite si sono rapidamente trasformati, le nostre abitudini si sono plasmate sui nostri smartphone, le nostre relazioni sono state influenzate pesantemente dai modelli che vengono proposti continuamente nei feed dei nostri social.

A risentirne più di tutti, secondo Haidt, sono le generazioni più giovani che hanno vissuto un passaggio traumatico da una crescita fondata sul gioco libero e l’esplorazione (la cosiddetta play-based childhood) a una fondata sullo smartphone (phone-based childhood). Questo cambiamento ha prodotto quattro effetti devastanti sulla salute mentale: deprivazione di sonno, deprivazione sociale, frammentazione dell’attenzione e un aumento verticale di ansia e depressione.

Chiunque si occupa di bambini e giovani (pediatri, allenatori, insegnanti e gli stessi genitori) può confermare che queste manifestazioni psicologiche devianti sono ormai all’ordine del giorno.

La colpa però non può essere addossata tutta ai ragazzi e neanche del tutto alle multinazionali che hanno oggi in mano le piattaforme digitali. Andando con ordine: la colpa non è tutta dei bambini e ragazzi perché è il loro stesso cervello che li spinge a buttarsi in maniera indiscriminata davanti ad uno schermo; in età evolutiva (soprattutto dai 10 ai 14 anni), il cervello vive uno "tsunami": un’accelerazione del sistema emotivo a fronte di una corteccia prefrontale ancora immatura. È qui che scatta la trappola: le piattaforme social offrono gratificazione istantanea a costo energetico zero. La dopamina, il neurotrasmettitore del piacere, viene sprigionata con continuità all’interno di quella dinamica diabolica, fatta di piccole ricompense, che è tipica dei social e che ritroviamo in altri ambiti legati alle dipendenze come il gioco d’azzardo o il fumo.

In secondo luogo una parte di responsabilità va data alle generazioni più adulte che hanno imprigionato, sempre secondo Haidt, i propri figli all’interno di una dinamica fatta di iper-protezione nei confronti del mondo reale e assenza di protezione nel mondo online. Questa somma di fattori fatta di genitori iperprotettivi che non fanno quasi mai uscire i figli da soli di casa, anche quando sarebbe l’età giusta per iniziare a rilasciare quelle piccole autonomie che tanto fanno bene all’autostima e alla crescita personale e che contemporaneamente lasciano abbandonati a se stessi i figli nell’oscuro e immenso mondo dei social ha prodotto una generazione fatta di ragazzi sempre in preda all’ansia e insicurezza. I ragazzi così rifiutano esperienze all’aperto, a contatto con altre persone e preferiscono una realtà fatta di quelle che il filosofo Byung-chul Han chiama le "non-cose" e così arrivano a perdere l'appiglio con il reale.

Haidt non si limita alla diagnosi, ma propone una "cura" collettiva basata su quattro nuove norme sociali chiare e coraggiose:

  • Nessuno smartphone prima delle scuole superiori (almeno 14 anni).

  • Nessun social media prima dei 16 anni.

  • Scuole smartphone-free: l'unico modo per restituire ai ragazzi lo spazio del potenziamento cognitivo e della vera socialità.

  • Più autonomia e gioco libero nel mondo reale.

Le tesi di Haidt sono state riprese in Italia tra gli altri dallo psicoterapeuta Alberto Pellai che nei suoi interventi e nei suoi libri sostiene la preoccupazione dello psicologo statunitense e sollecita anche una presa di posizione del parlamento e del governo italiano in favore di una legge che vieti l’utilizzo degli smartphone al di sotto di una certa e età e all’interno di determinati luoghi come, ad esempio. le scuole. Dopotutto se l’abbiamo fatto per il fumo e per il tabacco perchè non farlo anche per gli smartphone e i social?

Pubblicato il 04.05.2026